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corso dei mille

di a. pagliaro 14/2/2008

cc noirIl racconto Corso dei Mille è stato selezionato da Stampa Alternativa. Sarà pubblicato in una antologia noir che uscirà nella collana Millelire con licenza Creative Commons- Attribuzione- Non commerciale- Non opere derivate 2.5 Italia. Il testo integrale della licenza è disponibile qui.

Corso dei Mille

Sedettero attorno al tavolo della sala da pranzo. Erano: Turi Chiarenza, capomandamento di Resuttana, il sotto Pino, il consigliere don Falù, il capodecina Giannuzzo e cinque soldati.
Chiarenza si sentiva di cattivo umore. Non era uomo che amava sparare, ma concordava sulla necessità di rimettere le cose a posto. Non si sarebbe scatenata nessuna guerra. Era un’ammazzatina sola, e sarebbe tornata pace e prosperità.
C’era silenzio. Gli uomini d’onore attendevano le parole del capo.

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tutti al colle in allegria

di a. pagliaro 22/6/2007

al colleSilvio: “Umbè, ci siamo tutti? L’hai chiamato Gianfrà?”
Umberto: “Sì, sì, Roma ladrona. Le lezioni. Duro. Sì”.
Silvio: “E dov’è?”
Umberto (indica uno): “Lì, lì, è lì”.
Silvio: “Quello? Ma quello chi è?”
Umberto: “Gianfranco. Roma ladrona. Terroni di merda”.
Silvio: “Ma Gianfranco chi?”
Umberto: “Roma ladrona. Non lo so, io sono entrato al Parlamento e ho urlato: ‘Gianfranco, andiamo’. Ed è venuto questo qui”.
Silvio: “Boh, io questo non lo conosco. Aspetta che Gianfranco lo chiamo io”.
Umberto: “Terroni di merda. E quest’altro che ci facciamo?”
Silvio: “Ma che ne so, se vuole venire viene, io sono per la libertà. Anche se con quella faccia lì… va be’, fa numero”.
Silvio telefona, arriva il vero Gianfranco.
Silvio: “Allora, ci siamo? Andiamo?”
Gianfranco F.: “Sì, però siamo d’accordo: parli tu”.
Umberto: “Roma ladrona. Le lezioni. Duro duro”.
Silvio: “Parlo io! Andiamo! Viva la libertà!”
Si avviano trotterellando e cantando “Azzurra libertà”.

Poco dopo, al Colle.
Clio: “Giò, ti vogliono al citofono, un certo unto del Signore, dice”
Giorgio: “No, i Testimoni di Geova no, per favore. Ché sto facendo le parole crociate. Di’ che dentro non ci sto”.
Clio (al citofono): “Pronto, signor Unto, signor Unto, mio marito non c’è. Signor Untoooo”.
Suonano alla porta.
Clio: “Ommarronna mia, stanno qua”.
Giorgio: “Clio, non t’accattà la Torre di Guardia ché non mi ci entrano più nella libreria”.

Silvio, Umberto, Gianfranco & Gianfranco superano Clio e si accomodano in salotto vicino a Giorgio.
Giorgio: “Clio, prepara nu bello caffè”.
Silvio: “Clio, clio. Ma quale Clio. Presidente se viene con me le presento una bella Mercedes, ah ah. O una Ferrari…” - (fa l’occhiolino) - “Una bella rossa. Ah ah ah”.
Silvio ride di gusto. Gianfranco R. lo imita.
Giorgio: “Signori, mi dicano pure, ma gentilmente non compro niente che stiamo in crisi e dobbiamo tagliare le spese. Che è uscito sto cazz’e libro, la casta”.
Silvio: “Presidente, mi consenta. Noi siamo venuti a presentarle le esigenze del Paese, quello che chiede la gente. C’è una vera emergenza democratica!”
Giorgio: “Caro signore, non lo dica a me, non lo dica. Proprio mò sto venendo da…”
Silvio (lo interrompe): “Lo vede! Anche lei lo sa, Presidente. Che facciamo? Le facciamo le nuove elezioni, eh? Che dice? Lo salvo io il Paese!”
Umberto: “Roma ladrona. Napoli munnezza. Ce l’ho duro. Duro”.
Silvio (mette una mano sulla bocca di Umberto, sottovoce): “Zitto Umbè! Che quello è napoletano”.
Umberto (soffocato): “Terrone. Le lezioni. Io ce l’ho duro”.
Silvio (a Giorgio): “Hanno occupato tutti i posti di comando, non esiste più la democrazia in questo Paese! E lo sa chi sono, no?”
Giorgio: “Chi? Chi sono? Mò so’ curioso pur’io, so’ curioso”.
Silvio: “I comunisti!”
Giorgio: “Oggesù! Sono stati i comunisti?”
Silvio: “I comunisti, sì, sì. Glielo assicuro”.
Giorgio: “Mannaggia ‘a maro… Ehm, scusi, sa, ma io aggio stato comunista nu tempo. Ma queste cose, queste cose no. Io sono per la legalità e per il rispetto delle istituzioni. Se lei mi assicura che sono stati i comunisti, io chiamo e metto tutte cose a posto”.
Silvio (tronfio): “Glielo assicuro sì”.
Giorgio: “Oggesù mio. I comunisti. Cliiiiio. Portami il telefonino”.
Clio arriva trafelata dalla cucina.
Clio: “Eccolo, Giò”.
Giorgio: “Guarda, cercamelo tu ché io ’sti aggeggi non ci capisco nulla. Fausto, cerca Fausto e fai il numero”.
Clio fa il numero.
Giorgio (a Fausto): “Fausto, io sto venendo da Palermo (…). Sì, esatto, bravo (…). Sì, siamo in emergenza. Sì, hanno truccato le elezioni, lo so (…). Di questo ti dovevo parlare (…) No, non c’entra la mafia, ascoltami (…). No, guarda, c’ho qui un signore che dice che siete stati voi, i comunisti (…). No? Come dici? Sì sì, è nano, ma che c’entra? (…). Pelato? No, non mi pare, però ha dei capelli strani (…). Allora non siete stati voi, dici”.
Toglie il telefono dall’orecchio, lo tiene fra le mani e lo guarda.
Giorgio: “Ommarrò come si chiude qui ’st’affare, Cliiio”.
Clio: “Il tasto rosso, premi il tasto rosso”.
Chiude.
Giorgio (a Silvio): “Guardi, signore, a me qui mi assicurano che non sono stati loro. Mi dicono che c’entra la mafia”.
Silvio: “Presidente, ma la mafia non esiste più! Non l’ha visto Provenzano? L’hanno arrestato!”
Giorgio: “Oggesù, è vero. E chi ci pensava più! Però a Palermo, queste elezioni, non so. Io aggio avuto pure questa impressione. Per carità, un’impressione”.
Silvio: “Ma Presidente! Mi consenta! C’è un equivoco! Quale Palermo?? Ci siamo capiti male. A Palermo siamo stati noi… cioè… volevo dire che…”
Umberto, Gianfranco e Gianfranco ridono.
Silvio: “Insomma, l’emergenza riguarda il Paese!”
Giorgio: “Oggesù. Mergellina?”
Silvio (spazientito): “L’Italia, Presidente, il Paese”.
Giorgio: “Oggesù, l’Italia. Oggesù, signore. Ma io che c’entro?”
Silvio (a Gianfranco F.): “Va be’, Gianfrà, andiamo. Questo non capisce nulla”.
Gianfranco F. (a Silvio): “L’avevo detto io”.
Umberto: “Terrone. Roma ladrona, duro, ce l’ho duro. La lega ce l’ha duro”.
Si alzano.
Silvio: “Va be’, Presidente, è stato un piacere, eh. Allora ci sentiamo”.
Giorgio: “Signori, andate via così? Nemmeno aspettate il caffè?”
Silvio: “No, no, grazie, abbiamo fretta”.
Gianfranco R. (a Silvio): “E pigliamocelo ’sto caffè, che è gratis”.
Silvio (a Gianfranco R.): “Tu zitto e cammina”.
Vanno via cantando “Azzurra libertà”.

Giorgio si rimette il plaid sulle ginocchia e riprende in mano La Settimana Enigmistica.
Clio: “Ch’erano buffi. Ma chi erano, Giorgio?”
Giorgio: “Che ridere, Clio, che ridere”.
Clio: “Sì, ma chi erano?”
Giorgio: “Ma lo sai che non l’ho capito? Eppure mi pareva di averli visti in tv. Secondo me sono quelli di Zelig”.

‘u posc

di a. pagliaro 22/5/2007

posc“Dottore, io lavorai per don Turi per assai tempo, anche se a lui non lo vedevo quasi mai. Questo quando che diventai uomo d’onore, dopo il rito che ci raccontai l’altra volta. Facevo il soldato. Dapprincipio, facevo lo spicciafaccende. Attenzione: cose di fiducia. Andavo alla Regione o viceversa al Comune a parlare con gli amici nostri. Si trattava di licenze, permessi. Dove andavo andavo, comandavamo noi.
“Dopo un paio d’anni diventai uomo d’azione. Dapprima dovevo impressionare a qualche amico che non voleva conoscere l’educazione, questo sempre usando rispetto. Quindi diventai proprio uomo d’azione di prima. Dopo pochi anni, ero diventato bravissimo a sparare e sapevo uccidere come a nessun altro della Famiglia. Gli omicidi già li confessai tutti, dottore.”

“Sì, La Fata. Vada avanti. Può dirmi esattamente quando conobbe l’onorevole Giuffré, e come?”

“Il giorno preciso non me lo posso ricordare. Che la testa non mi funziona tanto buono. Ma fu il periodo dopo le elezioni. Il dottore Giuffrè era salito coi nostri voti, che però non bastavano perché al dottore Giuffrè a Palermo tutti lo odiano. Si aggiunsero le schede bianche che i nostri uomini ai seggi avevano votato giusto. Ora, io conobbi al dottore Giuffrè…”

“Un attimo, La Fata, chiarisca prima questa storia dei seggi, e poi ci racconta di Giuffré. A quale elezioni si riferisce? Chi votò le schede bianche?”

“Dottore, questo fu quando acchianò il professore. Ci fu il trucco delle schede bianche. Mi scusi, ma mi pareva che lo sapeva. Noialtri votammo giusto quasi tutte le schede bianche. Ma non si capì come fu come non fu che Italia Libera non ci arrivò a vincere”.

“Non lo sapevo, me lo racconti bene.”

“Allora, prima delle elezioni il dottore Napoleoni in persona era venuto a incontrare i principali, insieme al senatore De Luca, che lei lo conosce, è amico degli amici e garantiva per tutti quanti. Dottore, noialtri con la politica ci davamo di tu, nessuno negava un piacere a nessuno, e il partito Italia Libera era come un’altra Famiglia. Ci avevano fatto un sacco di promesse, e ora aspettavamo appalti, compreso il ponte di Messina che lo sapevamo che non si poteva fare ma che portava lo stesso tanti piccioli da bagnarci il pane tutti, ci promisero che non scassavano la minchia nel traffico di droga, che facevano la revisione di molti processi, leggi più buone e pure l’indulto, che poi non lo so com’è l’hanno fatto i comunista. E pure levare ‘sto 41bis che ci ha rotto la minchia a tutti.
“Insomma, dottore, ‘sto fatto che il dottore Napoleoni non salì non fu una bella cosa e non si capì com’è che avvenne, che tutte cose erano organizzate buone. Fu una tragedia propria perché noialtri dopo che avevamo votato giusto e li avevamo fatti salire ci aspettavamo il giusto ritorno. Mentre nei comunista uno non ce ne può mettere fiducia. Capisce?”

“Capisco”

“Ci fu poi pure ’sto fatto della mattina dopo le elezioni: quando si è fatto arrestare don Benedetto Profeta. Era stato il capo, ma ormai era vecchio e malocombinato. Era nella necessità da quaranta anni. Aveva la prostata e il colesterolo, mischino, e aveva bisogno di cure. Non solo, lei forse non lo sa, dottore, perché nella televisione tutti dicevano che era ancora il capo, ma già lo avevano messo fuori dalla commissione, e pure lui si scantava che qualcuno lo voleva fare scomparire perché si era venduto a don Totò, questo fu qualche dieci anni fa.”

“Nel ’93.”

“Esatto, nel ’93. Che ha di allora che alcuni aspettano il momento giusto per farlo scomparire nell’acido, a don Profeta. Che già l’avvocato suo lo aveva detto pure al giornale: morse. Allora forse lui fece ‘sta pensata e ci conveniva il carcere.”

“Torniamo alle schede bianche che avete votato giusto.”

“Dottore, di questo fatto delle schede bianche non si doveva parlare né ora né mai. Napoleoni era un poco scantato, perché era una cosa grossa. Ci voleva un bell’affucanotizie. Se ne discusse a lungo nella riunione di principali, dove però, come c’ho detto, a don Profeta già lo avevano messo fuori. Io c’ero, con don Turi ci andai.
“Minchia, dottore, con la cattura di uno che lo cercavano da quarant’anni, di che cosa poteva parlare la televisione? Solo di questo, e le elezioni non gliene fotteva più una minchia a nessuno. Se qualche comunista, come a quello magro magro, quello che pare malato, parlava dei brogli lo pigliavano per pazzo, e soprattutto lo infognavano nelle pagine di dentro del giornale, quelle che non se le legge nessuno, e in televisione manco ce lo mettevano. Insomma, si può dire che lo stesso don Benedetto Profeta era d’accordo. Che poi pure se non era d’accordo, ormai i principali se l’erano venduto. Un po’ di villeggiatura sul continente non era un problema, se potevano venire vantaggi per tutta Cosa nostra.
“Allora si misero d’accordo per fare una bella cosa teatrale, una cosa che veniva bene in televisione. Organizzarono una casa che pareva Ollivùd e lo andarono a prendere colla mattinata. Ma dottore, quella non era casa sua. Lo portarono lì apposta. A me, quando vidi quella casa così malocombinata, quasi mi veniva da ridere. Lui la latitanza se la faceva bello comodo come un papa.
“All’ultimo minuto forse don Profeta aveva cambiato idea, a me mi venne ‘sto dubbio. Quando vide che vincevano i comunista. Tanto che fece trovare dentro casa cose elettorali del presidente. Questo fu uno sfregio, io subito lo capii. Che don Profeta non era uno scimunito, col presidente erano compari proprio e non era una cosa di dignità lasciare i volantini, che così al presidente lo infilava in mezzo ai guai. Sfregio fu. Solo che ormai se l’erano giocato.
“Dottore, il fatto fu che il dottore Napoleoni aveva promesso: niente più carcere duro. Quindi che problema ci doveva essere? Poi spuntò che avevano vinto i comunista e giustamente a don Profeta ci venne un colpo. Allora cambiò idea, e siccome ormai non poteva scappare più fece lo sfregio. Secondo me fu così.
“E oramai che doveva fare? Si mise una bella sciarpa bianca, questo per fare vedere che era massone pure lui e che era lui che si era arreso e nessuno gli aveva messo i piedi di sopra. Così lo faceva vedere a tutti i picciotti e pure ai granni, che don Profeta ci teneva a farci la sua figura”.

Interrogatorio del pentito Gero La Fata, detto ‘u Posc per l’auto sportiva su cui viaggiava, 22 maggio 2007. Il 28 novembre 2007 la perizia psichiatrica richiesta dal Tribunale di Caltanissetta lo dichiarò insano di mente.

8 marzo

di a. pagliaro 8/3/2007

mimosaGiusi è tornata a casa dopo tre ore di parrucchiere e ora è pronta.
Indossa minigonna inguinale, scarpe tacco 11, camicetta Dolce e Gabbana scollatissima. Ha le tette strizzate sotto un push up comprato oggi. Sul viso, il trucco è pesantissimo. I capelli biondissimi e vaporosi, le unghie rosse.
Jessica passa a prenderla alle otto.
“Minchia stasera voglio fare la pazza” - le dice. Un mazzetto di mimose puzza sul sedile posteriore dell’auto.
Raggiungono Martina, Manu e Samantha alla pizzeria New look domani. C’è la special girl evening con pizza mimosa e vino della casa a volontà.
Si siedono. Gridano al cameriere. “A bono”.
Il cameriere si avvicina, porta da bere. Lo guardano meglio ed è bruttino.
Gli gridano lo stesso “a bono”.
Giusi, Jessica, Martina, Manu e Samantha urlano, bevono. Quando il cameriere si avvicina lo toccano e gridano. “Nudo, nudo”.
Finisce la cena.
Giusi, Jessica, Martina, Manu e Samantha fra vino e tacchi altissimi a stento si reggono in piedi.
Entrano alla discoteca Disco malizia 2000.
Serata Mimosa woman party, special guest lo stripper Constantin direttamente da retequattro.
Si scatenano.
Poi arriva lui. Constantin. Si dimena sul palco e presto rimane in perizoma leopardato.
La musica di Full Monty.
Giusi, Jessica, Martina, Manu e Samantha sotto il palco tendono le mani e cantano.
Ai nid sam at staf beby tunait
Ai uon sam at staf beby disivinin
Ai nid at staf
Ai uon sam at staf
lukkin for at lov

Gli toccano i polpacci unti di olio. Tentano di arrivare al pube, ma lui si allontana ballando.
Giusi, Jessica, Martina, Manu e Samantha urlano.
“Nudo, nudo”
Constantin lo stripper toglie anche il perizoma e si copre con una mano.
Si gira e mostra il culo nudo cosparso di olio.
“Ahhh, ahhh” gridano Giusi, Jessica, Martina, Manu e Samantha.
“Vieni, vieni qui” grida Giusi, il braccio proteso.
Ma lo spettacolo è finito, sono le tre del mattino.
Jessica guida la Yaris verso casa.
Lascia Giusi, prima.
“Minchia ci siamo divertite un casino” - dice Giusi.
“Minchia l’anno prossimo lo dobbiamo rifare” - le risponde Jessica.

suca

di a. pagliaro 4/3/2007

Sms di Gianfranco a Luciana: “A Palermo per i 10 anni di Forza Italia viene Berlusconi. Palermo perché è la sede più sicura. Saremo 15mila. Ci vieni? Ti faccio conoscere a Silvio“.
Sms di Luciana a Gianfranco: “Rincoglionito, a chi lo dovevi mandare sto messaggio, sucunnu mia sbagliasti“.
Sms di Gianfranco a Luciana: “Suca“.

Dopo un po’ Gianfranco telefona a Luciana: “Minchia ma sei una merda“.
Luciana: “E picchì sono una merda?“.
Gianfranco: “Picchì io lo mandai a te siccome so che tu lo vuoi conoscere“.

san valentino, tutti in fila a comprare le rose

di a. pagliaro 13/2/2007

san valentino“Qualcosa da bere?” le chiesi.
“Cos’hai?”
“Un po’ di tutto… dimmi tu cosa vuoi”.
“Mi faresti un gin tonic?”

L’acqua tonica. Dovevo immaginarlo. Gin tonic, gin tonic, gin tonic. E’ sempre un gin tonic che vogliono le ragazze. Ed io non avevo l’acqua tonica. Coglione.

“Non hai il gin?”
“Ho dimenticato l’acqua tonica… sono mortificato”.
“Per così poco! Mortificato, addirittura! Fai tu, dai. Alcolico, ma leggero. Okay?”
“Limoncello?”
“Non è leggero… ma è buono?”
“Eccellente, da limoni freschi”.
“Va be’, approvato. Mentre lo prendi posso dare un’occhiata ai tuoi cd?”
“Prego!”

Mi allontanai verso la cucina mentre lei si alzava dalla poltrona per guardare i titoli dei cd sulle mensole del salotto. Tornai con due bicchierini.

“Bello questo, posso metterlo?”
“Come vuoi. Ma cos’è?”
“Phil Collins”.
“Ah! …But seriously, Un peccato di gioventù”.
“In che senso un peccato di gioventù?”
“E’ un disco orribile”.
“Dài! E’ bellissimo. Lo metto”.

Lo mise. La musica idiota di Hang in long enough riempì la stanza.

“No, questa no. Metto la sette che è bellissima,” disse, e passò a Another day in Paradise. Se possibile, anche peggio. Una tortura lunga cinque minuti e ventidue secondi, come testimoniava il display del lettore.

“Bella, vero?” disse, seria.
“Be’, non mi piace tanto. Posso farti ascoltare qualcosa di veramente splendido?”
“Okay, okay, mi fido. Aspetta che tolgo questo”.

Presi il disco di Emiliana Torrini. Questo, forse, le sarebbe piaciuto. Glielo porsi. Lo inserì. Iniziò a suonare To be free.

“Ti piace?” le chiesi dopo qualche secondo di ascolto. La voce algida riempiva la stanza facendola vibrare.
“Mmmmh, così così. Non mi convince tanto”.
“Ascolta un po’, poi mi dici”.

Passarono uno – forse due – minuti. Sembrava un animale in gabbia. Poi disse:

“Possiamo mettere qualcos’altro? Non mi piace affatto”.
“Okay, scegli tu”.
“Però non so cosa mettere adesso,” sembrava arrendersi.
“Va be’, ci penso io. I Mùm li conosci?”
“No, chi sono?”.
“Te li faccio ascoltare”.

Mi alzai, presi Yesterday was dramatic, today is ok e lo inserii nel lettore. Le prime note di i’m 9 today. Reagì come se un martello l’avesse colpita in testa.

“Che è ‘sta cosa? Levala subito!”
“Ma dài”.
“E’ orribile”.
“Okay, però pensaci tu, okay? Prendi qualcosa che ti piace e che non sia Phil Collins, okay?” Avevo un tono secco.

Alla fine prese Think tank dei Blur. Tutto sommato, un onesto compromesso. Mentre suonava Ambulance lei disse qualcosa, con la testa bassa. Il tono sempre lamentoso lo era diventato ancora di più.

“Non ti sei nemmeno accorto che oggi sono andata dal parrucchiere per te. Sei uno stronzo”.
“Non ti sento… come hai detto?” La musica suonava forte. Avevo percepito appena le sue parole. Avevo afferrato il senso, volevo esserne certo.
“Non intendo certo urlare”.

Mi alzai per abbassare il volume. Il mio amplificatore non ha il telecomando. Non sia mai: introdurre un circuito in più rovinerebbe il suono.

“Che hai detto?”
“Non ti sei accorto di nulla?”
“Sì… dei tuoi capelli… giusto? Sono nuovi, ti stanno bene!”
“Stronzo. Mi hai sentito prima. Vuoi fare il furbo ma sei solo stronzo. E pure cattivo, quando vuoi”.
“Ma dài, è solo che c’è poca luce”.
Era vero. Preferisco ascoltare la musica nella penombra.
“Sei odioso. Mi dovresti guardare, anche senza luce. Avresti anche potuto accarezzarmi la testa e capirlo così persino al buio pesto. Sei uno stronzo”.
Allungai la mano per accarezzarla.
“Sei scemo? Ti ho detto che sono stata dal parrucchiere oggi! Così mi spettini. Sei proprio scemo”.
“Ma dài…”
“Senti, facciamo così: adesso mi accompagni a casa che è meglio per tutti”.

La accompagnai e tornai di corsa a casa. L’amplificatore era ancora acceso.
Ascoltai in pace il disco dei Mùm.

l’arresto di don profeta

di a. pagliaro 23/11/2006

“Dottore, fu quando acchianò il professore che ci fu il trucco delle schede bianche. Noialtri votammo giusto quasi tutte le schede bianche. Ma non si capì - come fu come non fu - che il Partito Azzurro non arrivò a vincere.

Prima delle elezioni il dottore Napoleoni stesso era venuto a incontrare i principali, insieme al senatore De Luca, che è amico degli amici e garantiva per tutti quanti. Ci aveva fatto un sacco di promesse, e ora aspettavamo appalti, compreso il ponte di Messina che lo sapevano tutti che non si poteva fare ma avrebbe portato lo stesso tanti piccioli da bagnarci il pane tutti, libertà di azione nel traffico di droga, revisione di molti processi, leggi più morbide e pure l’indulto.

‘Sto fatto che non salì non fu una bella cosa e non si capì com’è che avvenne, che tutte cose erano organizzate buone.

Ci fu poi pure ’sto fatto della mattina dopo le elezioni: si era fatto arrestare don Benedetto Profeta. Era stato il capo, ma ormai era vecchio e malocombinato. Era nella necessità da quaranta anni. Aveva la prostata e il colesterolo e aveva bisogno di cure. Di questo fatto delle schede bianche non si doveva parlare né ora né mai. Ci voleva un bell’affucanotizie. Se ne discusse a lungo nella riunione di principali, dove però don Profeta già lo avevano messo fuori.

Minchia con la cattura di uno che lo cercavano da quarant’anni, i giornali avrebbero parlato solo di questo, e le elezioni sarebbero passate sotto silenzio. Se qualche comunista, come a quello magro magro, parlava dei brogli lo pigliavano per pazzo, e soprattutto lo infognavano nelle pagine interne dei giornali. Insomma, si può dire che lo stesso don Benedetto Profeta era d’accordo. Che poi pure se non era d’accordo, ormai i principali se l’erano venduto. Un po’ di villeggiatura sul continente non era un problema, se potevano venire vantaggi per tutta Cosa nostra.

Allora si misero d’accordo per fare una bella cosa teatrale, organizzarono la casa di don Profeta che pareva Hollywood e lo andarono a prendere con la mattinata. Lui si mise una bella sciarpa bianca, questo per fare vedere che era massone pure lui e che era lui che si era arreso e nessuno gli aveva messo i piedi di sopra. Così lo faceva vedere a tutti i picciotti e pure ai granni, che don Profeta ci teneva a farci la sua figura”.

Dichiarazioni del pentito Gero La Fata, detto ‘u Posc per l’auto sportiva su cui viaggiava, aprile 2013.

l’arresto di don profeta è un breve racconto di finzione. Ogni riferimento a persone reali e fatti veramente accaduti è solo un caso.

tutto ciò che non scrive è perduto

di a. pagliaro 13/10/2006

disintegrazioneNel mondo senza ricordo nessuno ricorda. Alla mattina, l’uomo si sveglia e non ricorda il suo viso. Si specchia per conoscerlo. Esce, e cammina per la città con in mano una mappa. Lo stupiscono le centinaia di negozi nuovi che vendono prodotti a lui sconosciuti. Nella bottega della frutta è attratto dal colore rosato delle pesche. Chiede al bottegaio se sono commestibili, il bottegaio non lo sa. Allora ne compra una e la mangia, ed è un gusto superbo, un piacere nuovo.
L’uomo incontra sua moglie, ed è una prima volta. La desidera fortemente, come se non l’avesse mai avuta. Fa l’amore con lei, scopre il suo corpo con la curiosità della prima notte.
L’uomo ha preso l’abitudine di scrivere. Per ricordare dove vive e dove sono le botteghe, per ricordare cosa si mangia e cosa è velenoso. Per ricordare chi è suo padre e chi è sua madre. Per ricordare qual è il suo lavoro e dove deve recarsi al mattino. Senza il suo libro, l’uomo non potrebbe vivere.

Così, la vita scorre. Scrivendo e scoprendo ogni giorno cose nuove. Finché il libro non diventa immenso, e ogni giorno si aggiungono molte pagine. L’uomo non sa più se leggerlo o se scrivere.

Tutto ciò che non scrive è perduto, ma tutto ciò che non legge è dimenticato.

tornano a chiudersi nelle loro case di tufo

di a. pagliaro 6/10/2006

Il regno del non essere è sotto la città. E’ un luogo sotterraneo, fatto di caverne e burroni, fiumi, piccole case di tufo, e una grande piazza: la piazza degli incontri di chi non è.
Nel regno del non essere vive chi non è. I morti e i non nati.

I non nati corrono, saltellano e parlano. Non hanno una casa, qui. I non nati hanno un viso impaziente. I morti hanno visi bianchi, la bocca sempre aperta. Nei loro occhi non si vede la pupilla, non si vede l’iride. Sono occhi di un colore pallido e sgradevole. Nessuno guarda i morti negli occhi, infatti.
Alla sera, i morti siedono nella piazza degli incontri.
I non nati che passano da lì per caso, sono tanti, si fermano davanti al muretto dove siedono i morti. Allora i morti parlano, e una cosa ripetono sempre:
“Dovete eliminare le fotografie”.
Ma quando i non nati nasceranno, lo dimenticheranno. Non possono farne a meno: i non nati non possono portare con sé ricordi del non essere. Ma non lo sanno, e sono molto curiosi. Allora, quando i morti hanno parlato delle fotografie, chiedono. Chiedono di tante cose e di tante parole.
Cosa è la vita? i mortiCosa è l’uomo? Cosa è il mondo?
Cosa è un figlio? I morti rispondono.
Alla sera, quando è tardi, un non nato imprudente fa la domanda vietata. Ferma un attimo la sua frenetica corsa e dice:
Cosa è il sogno?
I morti si alzano dal muretto e vanno via. Tornano a chiudersi nelle loro case di tufo.

per tutto questo e per molto altro, questo blog è inutile

di a. pagliaro 5/10/2006

dIl tempo è già tutto trascorso. A Xantos non vi sono oggetti. D’altra parte non potrebbero esservi: gli oggetti hanno bisogno di scorrere nel tempo. Dunque, non aspettate di trovarvi delle case, delle vie o delle città. Non aspettatevi automobili, libri, tazze da caffè e ventilatori. Non aspettatevi ruote, frigoriferi, velocipedi e attaccapanni. Nulla di tutto questo. Non ci sono fatti e non c’è la storia. Nessun accadimento può esistere senza il trascorrere del tempo. Non ci sono le vicende e non esiste il caso. Naturalmente non vi sono uomini. Come potrebbero gli uomini vivere senza tempo? E a Xantos il tempo è già tutto trascorso.

Passato e futuro sono indistinguibili, così lo sono anche causa ed effetto. La logica diventa irrazionalità. Non serve la causalità, perché a Xantos, ci sono solo sogni. Sono sogni che non appartengono a nessuno, perché non ci sono uomini a cui potrebbero appartenere. Sono solo sogni. Provengono da un altro luogo, il mondo, dove il tempo ancora scorre. Pian piano, i sogni di quell’altro luogo, il mondo, si affievoliscono, sbiadiscono e sembra che muoiano. Ma in realtà non è così. Non muoiono mai. Semplicemente trasmigrano e si spostano da questo lato, a Xantos, in questo luogo dove il tempo è già finito.

Qui vivono. C’è chi dice per sempre. C’è chi crede, invece, che perderanno colore e dettaglio e che pian piano morranno anche da questa parte dell’universo, e che questa dell’universo sarà la fine. In realtà nessuna di queste idee ha senso: qui i sogni vivono senza tempo. Dunque non esiste per sempre e non esiste una futura morte, perché in questo luogo non esiste il futuro nel tempo. Il futuro è già ora, così il passato.

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