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piange il ministro
di a. pagliaro 10/2/2008

Questa foto ce l’hanno fatta vedere tutti i giornali. E tutti ci hanno raccontato che l’uomo paffutello sulla sinistra è Nicola Mandalà, boss di Villabate e uomo di Provenzano. Nessuno però ha ricordato che quest’uomo è stato un po’ birbantello: ha fatto litigare suo papà Nino con Enrico La Loggia. Di più: dopo il litigio, Enrico La Loggia ha pianto.
Sarà che a molti giornalisti piace tantissimo raccontare il folklore della mafia militare. Appena sentono odore di ricotta, cicoria, pizzini, decaloghi, mafiosi a spasso per New York, limousine e shopping milionari corrono a masturbarsi. Ma se orecchiano per sbaglio il nome di un politico, di un presidente, di un ministro allora scrivono di Amanda e dell’omicidio di Perugia.
Mandalà è nome di rispetto: papà Nino, fondatore del club Forza Italia di Villabate, è stato condannato a otto anni per associazione mafiosa. Nicola, l’erede, ambasciatore della mafia a New York e protagonista delle foto pubblicate da tutti i giornali, organizzò il viaggio di Provenzano a Marsiglia insieme a Campanella, il mafioso che in trasferta a Roma dormiva nell’appartamento del suo testimone di nozze, Totò Cuffaro. Campanella racconta anche di un gran cenone di Capodanno con Nicola Mandalà e Totò Cuffaro. Chissà se insieme hanno anche sparato i petardi.
Papà Nino era anche socio in affari di Renato Schifani, capo dei senatori di Forza Italia, e di Enrico La Loggia, già ministro del governo Berlusconi. Nel 1979 insieme fondano la Sicula Brokers. Altri soci: Benny D’Agostino e Giuseppe Lombardo. Benny D’Agostino, imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, frequentava in quegli anni il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso raccontando un viaggio in Ferrari accanto a Michele Greco. Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra, boss della famiglia di Salemi.
Dopo l’arresto del figlio Nicola, dunque, papà Nino si arrabbia con l’amico d’infanzia ed ex socio in affari Enrico La Loggia. Ne parla nel 1998 con l’amico Simone Castello, uomo di Provenzano. I carabinieri lo intercettano. Mandalà racconta a Castello un incontro con l’allora ministro del governo Berlusconi.
Ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia.
Lui mi dice: “Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio…”.
Gli ho detto: “Senti una cosa, tu mi devi fare la cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola. Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso”.
A quel punto lui si è messo a piangere.
Ecco, se votate Berlusconi rischiate di ritrovarvi un ministro che piange.
Grazie a Lirio Abbate e Peter Gomez per averci raccontato queste storie.
il bravo giornalista chiede permesso
di a. pagliaro 5/10/2007
Secondo il pentito Campanella (suoi testimoni di nozze: Cuffaro e Mastella) il boss di Cosa nostra Nino Mandalà ed Enrico La Loggia erano amici e sono stati soci in affari. E, in virtù di questi rapporti di amicizia, il piano regolatore generale di Villabate venne concordato da Nino Mandalà, La Loggia e Schifani. Renato Schifani fu poi nominato, dalla amministrazione di Villabate, esperto per le tematiche urbanistiche. L’incarico del Prg sarebbe andato a un progettista di fiducia.
La Loggia e Mandalà: soci in affari lo sono stati senz’altro. La Sicula Brokers è stata fondata nel 1979 e tra i soci c’erano Nino Mandalà, Renato Schifani ed Enrico La Loggia, nonché Benny D’Agostino e Giuseppe Lombardo. Benny D’Agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato di un viaggio Napoli-Roma in Ferrari in compagnia di Michele Greco. Giuseppe Lombardo era amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, boss della famiglia di Salemi.
Questo e molto altro racconta il libro obbligatorio “I complici“. Nei giorni scorsi, anche La Repubblica, edizione di Palermo, ha (timidamente) riportato le dichiarazioni di Campanella. La Loggia ha replicato con una lettera al giornale in cui, oltre naturalmente a smentire tutto (completa estraneità eccetera eccetera), dice “spiace quindi dover constastare l’uso quanto meno improprio del mio nome nel momento in cui Repubblica ha trattato l’argomento, senza peraltro aver ritenuto opportuno interpellarmi“.
Dunque, mi par di capire, prima di scrivere di La Loggia, il giornale deve chiedergli il permesso. Mi sovviene un dubbio: Lirio Abbate, autore con Gomez de “I complici”, il permesso lo aveva chiesto?


