tutto rimane drammaticamente come è sempre stato
di a. pagliaro
Libri sulla mafia ne esistono tanti, alcuni sono eccellenti, pieni di storie e documenti. Di cronache di mafia sono pieni i giornali. Quasi sempre, però, si parla di mafia militare. Sarà che a tanti giornalisti piace tantissimo raccontare il folklore: appena sentono odore di ricotta, cicoria, pizzini, decaloghi, mafiosi a spasso per New York, limousine e shopping milionari non possono fare a meno di scriverne. Ma se orecchiano per sbaglio il nome di un politico, di un presidente, di un notaio allora scrivono di Amanda e dell’omicidio di Perugia.
Come Abbate e Gomez con “I complici“, però, Nino Amadore ne “La zona grigia” sposta il fuoco. Non tratta più soltanto della mafia militare, delle sparatorie, delle stragi, del Far West che fu la Sicilia per tanti anni. “La zona grigia” mette al centro della scena la borghesia mafiosa, gli uomini di Provenzano, non quelli che sparano ma i professionisti che gli intestano le proprietà, gli aprono conti correnti, gli riciclano il denaro, lo curano in latitanza, gestiscono le sue cliniche: commercialisti, notai, avvocati, operatori finanziari, medici. Lo fa scrivendo spesso nomi e cognomi che la stampa ha quasi sempre ignorato, raccontando storie che in tv non passano.
Provenzano non è più il rozzo ricottaro capo di un esercito di feroci contadini, ma il riferimento di migliaia di professionisti. E gli ordini professionali, di fatto, non hanno mai aperto un dibattito su queste collusioni, come ad esempio da qualche tempo fa l’imprenditoria, rimanendo sempre nell’ombra.
Qualche mese fa, Nino Amadore ha subito intimidazioni. La sua auto è stata danneggiata due volte, una volta proprio mentre lui presentava il libro. La stessa sorte è toccata a Lirio Abbate, autore de “I complici”. Amadore, ti domando: i soldati di mafia sono stati raccontati tante volte, da decine di libri e anche dalla tv. “La zona grigia” racconta altro, è un libro diverso, un libro che sposta parecchio il fuoco, come ha fatto anche “I complici”. Allora, chi minaccia Nino Amadore?
Piacerebbe anche a me capire chi mi minaccia. O meglio. Mi piacerebbe capire chi è stato a sfregiare la mia macchina in momenti in cui il messaggio poteva essere inequivocabile: di certe cose non si parla. Ma anche la resistenza di certe librerie a vendere il mio libro, la difficoltà a trovarlo nelle più grandi librerie dove a domanda rispondono: non esiste. Forse questo è il modo peggiore: uccidere le idee negando che esistano. Nel momento in cui tutti i tg parlavano del mio libro qualche libraio continuava a negare persino l’esistenza dell’autore. Forse perché in questo caso non ci sono racconti splatter di una mafia folkloristica che spara, spaccia. ma ci sono i racconti del consulente di famiglia, del politico che raccoglieva migliaia e migliaia di voti, dell’avvocato che ha insegnato ai propri figli. Forse perché, dico io, questo libretto contiene pochi elementi sulla nostra ipocrisia collettiva: sapevamo chi fosse il nostro compagno di banco al liceo, siamo stati a casa sua per le festicciole, ma abbiamo fatto finta di non saperlo. E quando sono scoppiate le bombe qualcuno ha detto: talè ora capisco. E poi ha rimosso.
Ho l’impressione che pubblicare il tuo libro sia stato difficile. A lungo l’ho visto su Lulu, dunque autoprodotto. E’ una impressione corretta? E’ così difficile raccontare le collusioni degli ordini professionali?
La scelta di pubblicare il libro su Lulu, e dunque di autoprodurlo, appartiene a un’altra delle mie passioni: internet. Ho voluto verificare fino a che punto la rete fosse in grado di recepire e promuovere un prodotto di questo tipo. Per tornare al tema io dico che raccontare le collusioni dei professionisti è molto difficile per carenza di fonti, per mancanza di indicazioni specifiche, per l’incertezza sulla fine dei procedimenti: rischi di dare del mafioso a uno che poi è assolto in cassazione e gli rovini la vita. Se poi ti querela ha pure ragione. Magari è vero: era e resta in odor di mafia ma è necessario fare attenzione. Nel caso in cui invece un professionista sia condannato e tu chiedi al suo Ordine professionale se è stato radiato, sospeso o altro ti rispondono che non è possibile dirlo per problemi di privacy. Io ho l’impressione che si faccia di tutto per blindare i colletti bianchi mentre si hanno pochi riguardi nei confronti dei poveracci, mafiosi ma pur sempre poveracci. C’è un altro problema che mi sembra importante: nessuno si crea problemi a puntare il dito contro gli imprenditori, mentre poi si usa cautela quando si tratta di professionisti. Eppure è chiaro a tutti che i professionisti sono i nuovi intermediari mafiosi, sono i veri artefici di una mafia che si ristruttura e si adegua ai nuovi sistemi economici.
Una domanda che ho trovato sul libro a cui mi piacerebbe rispondessi in poche righe: come è possibile che un notaio non si ponga alcuna domanda di fronte all’intestazione di società milionarie a pensionati semianalfabeti da 500 euro al mese? E, in questi casi, quanto è responsabile l’ordine?
Per anni un notaio di Terrasini ha formalizzato gli atti di una potentissima famiglia mafiosa del palermitano. Chi ha avuto in “cura” il patrimonio confiscato a quella famiglia lo sa. Eppure non si è mai scandalizzato nessuno. Men che meno l’Ordine professionale in questo come in altri casi. Si può dire: non c’era motivo perché il tal notaio non è mai stato condannato. Ma si può obiettare: è proprio necessario aspettare il tintinnio di manette? E poi: non ci si può lamentare dell’invadenza della magistratura e non darsi regole interne che evitino l’intervento massiccio dei magistrati. Altrimenti per far fronte a certi fenomeni siamo sempre costretti a chiedere interventi legislativi che restringono i margini della libertà individuale.
Dalla pubblicazione del libro, qualcosa si è mosso? Alcuni ordini si sono dotati di una carta? O rimane tutto drammaticamente come è sempre stato?
Tutto rimane drammaticamente come è sempre stato. In qualche caso c’è stata una presa di coscienza, qualche provvedimento (la cancellazione di Michele Aiello dall”Albo degli ingegneri). Ma alcuni provvedimenti sono sembrati di facciata. Di carte nemmeno a parlarne. Di collaborazione con i magistrati men che meno: i professionisti si ostinano a non voler segnalare le operazioni sospette ai fini della lotta al riciclaggio. Non lo dico io, lo dice la relazione della Direzione Investigativa Antimafia sull’attività svolta nei primi sei mesi di quest’anno
Fra i professionisti collusi con la mafia, tantissimi sono medici. A un osservatore non siciliano la cosa appare molto singolare. Come la spiegheresti?
I medici sono collettori di consenso. In una regione in cui non esiste il diritto alla salute ma il bisogno (spesso insoddisfatto) di salute il medico è uno che elargisce favori. E dunque è uno che conquista “benemerenze” tra i cittadini. C’è, è vero un certo interesse della mafia per gli affari della sanità ma c’è anche l’idea che il medico debba e possa esercitare quel potere che ha accumulato certificando malattie inesistenti, perorando ricoveri a volte anche necessari, e aiutando infine i mafiosi e le loro famiglie a curarsi. Se a ciò aggiungiamo un po’ di cultura che i killer non hanno allora il gioco è fatto. Proviamo a immaginare Guttadauro in un quartiere come Brancaccio: attraverso la professione poteva avere il consenso anche degli umili e dei giusti e bisognosi, non solo dei mafiosi. E ciò era utile per portare voti a Miceli e così via. Quando parliamo di queste cose dobbiamo pensare che in Sicilia la mafia non è solo a Palermo ma anche in altre città, medi e piccoli paesi.
Nell’intervista che chiude il libro, Caporaso, guru dell’offshore, sostiene che Cosa nostra non utilizza i paradisi fiscali: non ha interesse a mantenere soldi bloccati perché ha fior di professionisti che sanno investirli. Sei d’accordo con questa analisi?
Caporaso parla pro domo sua. Io riporto l’intervista per quello che è. Lui è uno di quelli che conosce meglio di tutti ciò che si muove in quel mondo: vive in Sudamerica, ha creato numerosi siti internet che si occupano di queste cose, ha fatto il giornalista e le inchieste ma nello stesso tempo è avvocato. Insomma ha competenza sul tema. L’offshore resta un momento di passaggio per il denaro mafioso: questa sembra voler dire Caporaso. E in effetti ragionando attentamente possiamo dire che questa è una strada possibile: la direzione distrettuale antimafia di Palermo ha scoperto che una famiglia mafiosa attraverso un banchiere svizzero stava per costituire una società che si occupasse di fondi di investimento alle Bahamas. Un modo per far circolare i soldi con l’aiuto di un professionista.
postato in cosa nostra, letture, nino amadore
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