uccidere saviano perché?
di a. pagliaro
Roberto Saviano è minacciato di morte dalla Camorra. Ogni volta che questa notizia appare sui media, il savianismo e l’antisavianismo prendono nuovo vigore. I savianisti difendono l’eroe, gli antisavianisti sono l’Emilio Fede di se stessi, denigrano la scrittura, minimizzano i contenuti, si buttano sul tutto marketing Mondadori L’Espresso Santachiara. Si sprofonda nello squallore e l’oggetto della discussione passa dal libro Gomorra e i camorristi a Roberto Saviano star o millantatore. Quando, io credo, il punto importante è un altro: per quale motivo Saviano è minacciato dalla Camorra? Che sia isolato e denigrato è ovvio. Che non riesca ad affittare una casa a Napoli è la normalità di un Paese terribile. Ma perché vogliono ucciderlo?
“Embè, ha scritto il libro e ha venduto milioni di copie!”. La risposta non è così banale. Perché no, non sono le parole. Dice Saviano: “Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta”. Io penso: magari fosse così. Saremmo vicini a sconfiggerli: la letteratura di mafia è molto ricca. Abbiamo vagoni di parole. Ma no, i boss non hanno mai avuto paura delle narrazioni.
Gomorra è sì un gran bel libro, Gomorra è un libro importante. Tuttavia non rivoluzionario. Non racconta segreti, non racconta cose che a Napoli e dintorni in qualche modo già non si sapessero. L’economia italiana si basa sulle mafie. D’accordo, lo sappiamo tutti. Dicendolo, li lusinghiamo. I nomi dei boss camorristi. Li conosciamo. Invece il livello politico-massonico, quello che in genere si risolve in suicidi assistiti di chi lo denuncia, in Gomorra è assente. E la mafia militare è stata raccontata mille volte.
Non solo: ai boss piace essere raccontati. Si sentono Marlon Brando nel Padrino. Luciano Liggio si faceva fotografare sporgendo la mascella come Vito Corleone. Si sentono new italian epic. L’epica intorno alle loro figure li lusinga. Essere raccontati serve: quanti conoscono la ferocia di Totò Riina o di Sandokan Schiavone direttamente, e quanti la conoscono dalle narrazioni? La narrazione della violenza la mitizza, la ingigantisce. La narrazione terrorizza, e fa parte del sistema di potere. Per questo raramente il mafioso uccide chi racconta il suo potere, i suoi traffici, la sua ferocia. Il mafioso uccide chi vuole toglierglielo, questo potere, uccide chi vuole sottrargli il controllo del traffico di droga, chi vuole controllare gli appalti. Il mafioso pesa il danno che uno fa da morto e il danno che uno fa da vivo. Saviano farebbe molto più danno da morto, oggi.
E allora perché ucciderlo? E’ possibile che la risposta sia in una riga di Gomorra? Una singola riga che racconta un affronto personale che una famiglia come la famiglia Schiavone non può perdonare?
Dal capitolo Hollywood:
“Le ville dei camorristi sono le perle di cemento nascoste nelle strade dei paesi del casertano, protette da mura e telecamere. (…) Ce n’è una particolarmente celebre, la più fastosa di tutte o semplicemente quella che intorno a sé ha creato più leggende. Per tutti in paese è Hollywood. Basta pronunciare il nome per capire. Hollywood è la villa di Walter Schiavone, fratello di Sandokan. (…)
Avevo pensato di entrarci decine di volte per fissare Hollywood con i miei occhi. Pareva impossibile. Anche dopo il sequestro era presidiata dai pali del clan. Una mattina, prima che fosse decisa la destinazione d’uso, mi feci coraggio e riuscii a entrare. Passai da un accesso secondario, al riparo da sguardi indiscreti che avrebbero potuto innervosirsi per l’intrusione. La villa appariva imponente, luminosa, la facciata incuteva la stessa soggezione che si prova dinanzi a un monumento. (…)
La villa è un tripudio di colonne doriche intonacate di rosa all’interno e di verde acquamarina all’esterno. I lati dell’edificio sono formati da doppi colonnati attraversati da preziose rifiniture in ferro battuto. L’intera proprietà è tremilaquattrocento metri quadri con una costruzione di ottocentocinquanta metri quadri disposta su tre livelli, il valore dell’immobile alla fine degli anni ‘90 era di circa cinque miliardi di lire, ora la stessa costruzione avrebbe un valore commerciale di quattro milioni di euro. (…)
La villa venne subito sequestrata, ma per circa sei anni nessuno ne ha mai realmente preso possesso. Walter ordinò di sottrarre tutto il possibile. Se non poteva più essere a sua disposizione non doveva più esistere. O sua o di nessuno. (…) L’unica cosa inalterata, lasciata intatta, è la vasca costruita al secondo piano, il vero vezzo del boss. Una vasca principesca costruita nel salone al secondo piano. Adagiata su tre gradoni con un volto di leone dorato da cui ruggiva l’acqua. Una vasca posizionata dietro una finestra con arco a botte che dava direttamente sul panorama del giardino della villa. Una traccia della sua potenza di costruttore e di camorrista, come un pittore che ha cancellato il suo dipinto, risparmiando però la sua firma sulla tela. (…)
Mi aggiravo per quelle stanze annerite, mi sentivo il petto gonfio come se gli organi interni fossero diventati un unico, grande cuore. Lo sentivo battere in ogni parte e sempre più forte. La saliva mi si era prosciugata a forza di fare lunghi respiri per calmare l’ansia. Se qualche palo del clan che ancora presidiava la villa mi avesse sorpreso mi avrebbe riempito di mazzate e avrei potuto anche strillare come un maiale sgozzato; nessuno avrebbe sentito. Ma evidentemente nessuno mi vide entrare o forse nessuno presidiava più la villa. Mi cresceva dentro una rabbia pulsante, mi passavano alla mente come un unico blob di visioni smontate le immagini degli amici emigrati, quelli arruolati nei clan e quelli nell’esercito, i pomeriggi pigri in queste terre di deserto, l’assenza di ogni cosa tranne gli affari, i politici spugnati dalla corruzione e gli imperi che si edificavano nel nord dell’Italia e in mezz’Europa lasciando qui soltanto monnezza e diossina. E mi venne voglia di prendermela con qualcuno. Dovevo sfogarmi. Non ho resistito. Sono salito con i piedi sul bordo della vasca e ho iniziato a pisciarci dentro. Un gesto idiota, ma più la vescica si svuotava più mi sentivo meglio”.
Già, un gesto idiota.
postato in letture, roberto saviano
(
commento di evacarriego
15 Oct 2008
Questa storia mi sembra poco credibile.
(a proposito, Saviano deve aver letto il mio ultimo libro: un tale fa la pipì a sfregio sulle proprietà dei nemici e si sente felice. Questa cosa di pisciare sulle proprietà altrui è sfiziosa, se si disprezza fortemente il proprietario)
Comunque non credo che la mafia voglia fare fuori un bravo scrittore - ma pur sempre solo un bravo scrittore, come tu dici - perché gli minge nella vasca.
commento di Nicolò La Rocca
15 Oct 2008
Dimentichiamo una cosa: Saviano ha partecipato a un comizio nel suo paese e lì ha insultato i boss. Cioè: su un palco, facendo nomi e cognomi, li ha insultati. Ecco, credo che stia lì l’origine della sua condanna a morte.
commento di a. pagliaro
16 Oct 2008
@eva
è molto meno credibile che Schiavone voglia uccidere Saviano per un romanzo. All’origine della condanna (se condanna c’è stata) ci sono affronti personali (anche quelli citati da Nicolò). L’affronto va punito (altrimenti agli occhi dei soldati il boss perde autorevolezza).
commento di Blochin
18 Oct 2008
Osservando la vicenda Saviano dalla Germania, mi viene un senso di disperazione!
Ieri Roberto è stato a Francoforte ed è stato accolto con rispetto ed affetto, perchè in fin dei conti, è un ragazzo di 28 anni.
In Italia, abbiamo Fede o i ragazzi del liceo che invece gli rimproverano chissà quali nefandezze…
E si da pure credito ad un boss che dichiara che non vuole uccidere Saviano.
Ma ora ve lo immaginate uno che dichiara “confermo il piano per far fuori Saviano. Giorno x alle ore y…”
Rimango allibito, o come diceva una mia cara amica estetista, illibato!