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	<title>Comments on: su al colle c&#8217;era coda, ti scrivo una lettera</title>
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	<description>xantology blog inutile di a. pagliaro</description>
	<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 23:11:42 +0000</pubDate>
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		<title>By: Tutti al Colle in allegria : Cabaret Bisanzio</title>
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		<dc:creator>Tutti al Colle in allegria : Cabaret Bisanzio</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jun 2007 22:06:59 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Silvio, Umberto, Gianfranco &amp; Gianfranco superano Clio e si accomodano in salotto vicino a Giorgio. Giorgio: “Clio, prepara nu bello caffè”. Silvio: “Clio, clio. Ma quale Clio. Presidente se viene con me le presento una bella Mercedes, ah ah. O una Ferrari…” - (fa l’occhiolino) - “Una bella rossa. Ah ah ah”. Silvio ride di gusto. Gianfranco R. lo imita. Giorgio: “Signori, mi dicano pure, ma gentilmente non compro niente che stiamo in crisi e dobbiamo tagliare le spese. Che è uscito sto cazz’e libro, la casta”. Silvio: “Presidente, mi consenta. Noi siamo venuti a presentarle le esigenze del Paese, quello che chiede la gente. C’è una vera emergenza democratica!” Giorgio: “Caro signore, non lo dica a me, non lo dica. Proprio mò sto venendo da…” Silvio (lo interrompe): “Lo vede! Anche lei lo sa, Presidente. Che facciamo? Le facciamo le nuove elezioni, eh? Che dice? Lo salvo io il Paese!” Umberto: “Roma ladrona. Napoli munnezza. Ce l’ho duro. Duro”. Silvio (mette una mano sulla bocca di Umberto, sottovoce): “Zitto Umbè! Che quello è napoletano”. Umberto (soffocato): “Terrone. Le lezioni. Io ce l’ho duro”. Silvio (a Giorgio): “Hanno occupato tutti i posti di comando, non esiste più la democrazia in questo Paese! E lo sa chi sono, no?” Giorgio: “Chi? Chi sono? Mò so’ curioso pur’io, so’ curioso”. Silvio: “I comunisti!” Giorgio: “Oggesù! Sono stati i comunisti?” Silvio: “I comunisti, sì, sì. Glielo assicuro”. Giorgio: “Mannaggia ‘a maro… Ehm, scusi, sa, ma io aggio stato comunista nu tempo. Ma queste cose, queste cose no. Io sono per la legalità e per il rispetto delle istituzioni. Se lei mi assicura che sono stati i comunisti, io chiamo e metto tutte cose a posto”. Silvio (tronfio): “Glielo assicuro sì”. Giorgio: “Oggesù mio. I comunisti. Cliiiiio. Portami il telefonino”. Clio arriva trafelata dalla cucina. Clio: “Eccolo, Giò”. Giorgio: “Guarda, cercamelo tu ché io ’sti aggeggi non ci capisco nulla. Fausto, cerca Fausto e fai il numero”. Clio fa il numero. Giorgio (a Fausto): “Fausto, io sto venendo da Palermo (…). Sì, esatto, bravo (…). Sì, siamo in emergenza. Sì, hanno truccato le elezioni, lo so (…). Di questo ti dovevo parlare (…) No, non c’entra la mafia, ascoltami (…). No, guarda, c’ho qui un signore che dice che siete stati voi, i comunisti (…). No? Come dici? Sì sì, è nano, ma che c’entra? (…). Pelato? No, non mi pare, però ha dei capelli strani (…). Allora non siete stati voi, dici”. Toglie il telefono dall’orecchio, lo tiene fra le mani e lo guarda. Giorgio: “Ommarrò come si chiude qui ’st’affare, Cliiio”. Clio: “Il tasto rosso, premi il tasto rosso”. Chiude. Giorgio (a Silvio): “Guardi, signore, a me qui mi assicurano che non sono stati loro. Mi dicono che c’entra la mafia”. Silvio: “Presidente, ma la mafia non esiste più! Non l’ha visto Provenzano? L’hanno arrestato!” Giorgio: “Oggesù, è vero. E chi ci pensava più! Però a Palermo, queste elezioni, non so. Io aggio avuto pure questa impressione. Per carità, un’impressione”. Silvio: “Ma Presidente! Mi consenta! C’è un equivoco! Quale Palermo?? Ci siamo capiti male. A Palermo siamo stati noi… cioè… volevo dire che…” Umberto, Gianfranco e Gianfranco ridono. Silvio: “Insomma, l’emergenza riguarda il Paese!” Giorgio: “Oggesù. Mergellina?” Silvio (spazientito): “L’Italia, Presidente, il Paese”. Giorgio: “Oggesù, l’Italia. Oggesù, signore. Ma io che c’entro?” Silvio (a Gianfranco F.): “Va be’, Gianfrà, andiamo. Questo non capisce nulla”. Gianfranco F. (a Silvio): “L’avevo detto io”. Umberto: “Terrone. Roma ladrona, duro, ce l’ho duro. La lega ce l’ha duro”. Si alzano. Silvio: “Va be’, Presidente, è stato un piacere, eh. Allora ci sentiamo”. Giorgio: “Signori, andate via così? Nemmeno aspettate il caffè?” Silvio: “No, no, grazie, abbiamo fretta”. Gianfranco R. (a Silvio): “E pigliamocelo ’sto caffè, che è gratis”. Silvio (a Gianfranco R.): “Tu zitto e cammina”. Vanno via cantando “Azzurra libertà”. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Silvio, Umberto, Gianfranco &amp; Gianfranco superano Clio e si accomodano in salotto vicino a Giorgio. Giorgio: “Clio, prepara nu bello caffè”. Silvio: “Clio, clio. Ma quale Clio. Presidente se viene con me le presento una bella Mercedes, ah ah. O una Ferrari…” - (fa l’occhiolino) - “Una bella rossa. Ah ah ah”. Silvio ride di gusto. Gianfranco R. lo imita. Giorgio: “Signori, mi dicano pure, ma gentilmente non compro niente che stiamo in crisi e dobbiamo tagliare le spese. Che è uscito sto cazz’e libro, la casta”. Silvio: “Presidente, mi consenta. Noi siamo venuti a presentarle le esigenze del Paese, quello che chiede la gente. C’è una vera emergenza democratica!” Giorgio: “Caro signore, non lo dica a me, non lo dica. Proprio mò sto venendo da…” Silvio (lo interrompe): “Lo vede! Anche lei lo sa, Presidente. Che facciamo? Le facciamo le nuove elezioni, eh? Che dice? Lo salvo io il Paese!” Umberto: “Roma ladrona. Napoli munnezza. Ce l’ho duro. Duro”. Silvio (mette una mano sulla bocca di Umberto, sottovoce): “Zitto Umbè! Che quello è napoletano”. Umberto (soffocato): “Terrone. Le lezioni. Io ce l’ho duro”. Silvio (a Giorgio): “Hanno occupato tutti i posti di comando, non esiste più la democrazia in questo Paese! E lo sa chi sono, no?” Giorgio: “Chi? Chi sono? Mò so’ curioso pur’io, so’ curioso”. Silvio: “I comunisti!” Giorgio: “Oggesù! Sono stati i comunisti?” Silvio: “I comunisti, sì, sì. Glielo assicuro”. Giorgio: “Mannaggia ‘a maro… Ehm, scusi, sa, ma io aggio stato comunista nu tempo. Ma queste cose, queste cose no. Io sono per la legalità e per il rispetto delle istituzioni. Se lei mi assicura che sono stati i comunisti, io chiamo e metto tutte cose a posto”. Silvio (tronfio): “Glielo assicuro sì”. Giorgio: “Oggesù mio. I comunisti. Cliiiiio. Portami il telefonino”. Clio arriva trafelata dalla cucina. Clio: “Eccolo, Giò”. Giorgio: “Guarda, cercamelo tu ché io ’sti aggeggi non ci capisco nulla. Fausto, cerca Fausto e fai il numero”. Clio fa il numero. Giorgio (a Fausto): “Fausto, io sto venendo da Palermo (…). Sì, esatto, bravo (…). Sì, siamo in emergenza. Sì, hanno truccato le elezioni, lo so (…). Di questo ti dovevo parlare (…) No, non c’entra la mafia, ascoltami (…). No, guarda, c’ho qui un signore che dice che siete stati voi, i comunisti (…). No? Come dici? Sì sì, è nano, ma che c’entra? (…). Pelato? No, non mi pare, però ha dei capelli strani (…). Allora non siete stati voi, dici”. Toglie il telefono dall’orecchio, lo tiene fra le mani e lo guarda. Giorgio: “Ommarrò come si chiude qui ’st’affare, Cliiio”. Clio: “Il tasto rosso, premi il tasto rosso”. Chiude. Giorgio (a Silvio): “Guardi, signore, a me qui mi assicurano che non sono stati loro. Mi dicono che c’entra la mafia”. Silvio: “Presidente, ma la mafia non esiste più! Non l’ha visto Provenzano? L’hanno arrestato!” Giorgio: “Oggesù, è vero. E chi ci pensava più! Però a Palermo, queste elezioni, non so. Io aggio avuto pure questa impressione. Per carità, un’impressione”. Silvio: “Ma Presidente! Mi consenta! C’è un equivoco! Quale Palermo?? Ci siamo capiti male. A Palermo siamo stati noi… cioè… volevo dire che…” Umberto, Gianfranco e Gianfranco ridono. Silvio: “Insomma, l’emergenza riguarda il Paese!” Giorgio: “Oggesù. Mergellina?” Silvio (spazientito): “L’Italia, Presidente, il Paese”. Giorgio: “Oggesù, l’Italia. Oggesù, signore. Ma io che c’entro?” Silvio (a Gianfranco F.): “Va be’, Gianfrà, andiamo. Questo non capisce nulla”. Gianfranco F. (a Silvio): “L’avevo detto io”. Umberto: “Terrone. Roma ladrona, duro, ce l’ho duro. La lega ce l’ha duro”. Si alzano. Silvio: “Va be’, Presidente, è stato un piacere, eh. Allora ci sentiamo”. Giorgio: “Signori, andate via così? Nemmeno aspettate il caffè?” Silvio: “No, no, grazie, abbiamo fretta”. Gianfranco R. (a Silvio): “E pigliamocelo ’sto caffè, che è gratis”. Silvio (a Gianfranco R.): “Tu zitto e cammina”. Vanno via cantando “Azzurra libertà”. [...]</p>
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		<title>By: a. pagliaro</title>
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		<dc:creator>a. pagliaro</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jun 2007 10:48:40 +0000</pubDate>
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		<description>E noi eravamo ancora girati, gli davamo le spalle.</description>
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		<title>By: stanton</title>
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		<dc:creator>stanton</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jun 2007 15:49:53 +0000</pubDate>
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		<description>Dice che Gianfranco il giorno dopo era contentissimo, che la festa è stata bellissima e la cena buonissima. Insomma era soddisfattissimo. E noi?</description>
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		<title>By: a. pagliaro</title>
		<link>http://www.xantology.com/2007/06/14/su-al-colle-cera-coda-ti-scrivo-una-lettera/comment-page-1/#comment-4367</link>
		<dc:creator>a. pagliaro</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jun 2007 07:52:39 +0000</pubDate>
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		<description>Dici che se lo chiamo Giorgio si offende? Mi sa che il protocollo non lo prevede.</description>
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		<title>By: Nicolò La Rocca</title>
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		<dc:creator>Nicolò La Rocca</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jun 2007 07:20:24 +0000</pubDate>
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		<description>Secondo me dovresti spedirgliela veramente, questa lettera.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo me dovresti spedirgliela veramente, questa lettera.</p>
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