napolitanoPresidente Napolitano, fai la faccia indignata! Su, dimostra che non vieni a Palermo solo per scappare dal tuo ufficio di Roma. Che poi io ti capisco: con la minaccia che quello lì, quello coi capelli finti, ti venga a trovare e ti faccia magari perdere una mezza mattinata, chi non scapperebbe? Perché anche dire alla segretaria: dica che non ci sono non è possibile per un Presidente: dove va c’è scritto sul giornale.
E allora vieni a Palermo. Va bene, è un’emergenza e ti ospitiamo. Però ascolta queste due cose che ho da dirti e che non ho potuto dirti lì su al Colle perchè c’era coda (c’era un tipo piccoletto che sbraitava che veniva prima lui e che doveva parlarti di una cosa che non ho capito, ma c’entrava la gente).

Giorgio, a Palermo vatti a mangiare un pane e panelle, fatti un bagno a Mondello, fatti un giro in centro. Insomma, divertiti pure. Ma quello no. Non puoi andare a festeggiare l’Assemblea Regionale Siciliana! Non puoi stringere quelle mani. Non puoi presiedere una seduta straordinaria, stasera alle 20, senza provare un minimo di imbarazzo. Lo provi? Se lo provi, dillo.

Non puoi girare per Palermo senza ricordare le ultime elezioni, appena un mese fa: sarebbero state scandalose anche in Nigeria. Qui non si indigna nessuno e il governo, interrogato, risponde con il nulla.
(Il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento: “il Governo ha il limite di analizzare quanto successo in uno spazio temporalmente definito ad oggi; continuerà a seguire con la massima attenzione tutta la vicenda ed in primo luogo l’evoluzione delle indagini in corso e, nel rispetto totale della autonomia della magistratura, quanto ulteriormente dovesse venire ancora segnalato”. Fried air).

A te, Giorgio, Palermo si mostrerà pulita. I cassonetti li avranno svuotati minuti prima del tuo passaggio. Quando l’auto blu posteggerà, non si avvicinerà un tizio losco chiedendoti cinque euro per un caffè. Che se non glieli dai, poi ti prende a calci la macchina. E quando ti mostreranno il monumento contro la mafia (ne abbiamo un sacco), non ti diranno che lì, a cento metri, abita il latitante Pippuzzo che governa il quartiere. Però non fare finta che non le sai queste cose, ché tu le sai. Almeno fai la faccia indignata.

Presidente, la Sicilia da sola non ce la fa. Da decenni è sempre nelle stesse mani. Un parastato di privilegi di clan. Lo Stato non è in grado di fare nulla? No, certo che no, se no avrebbe invalidato le elezioni, per esempio. Allora, caro Giorgio, restituisci l’isola ai Normanni, per favore. Tu quando vuoi venire a farti un giro, sei benvenuto (ma non ti portare dieci auto blu, una basta), ma a governarci ci pensino loro. Grazie.

postato in palermo, politica

  • Secondo me dovresti spedirgliela veramente, questa lettera.

  • Dici che se lo chiamo Giorgio si offende? Mi sa che il protocollo non lo prevede.

  • commento di stanton

    19 Jun 2007

    Dice che Gianfranco il giorno dopo era contentissimo, che la festa è stata bellissima e la cena buonissima. Insomma era soddisfattissimo. E noi?

  • E noi eravamo ancora girati, gli davamo le spalle.

1 trackback

  1. Tutti al Colle in allegria : Cabaret Bisanzio del 24 Jun 2007

    [...] Silvio, Umberto, Gianfranco & Gianfranco superano Clio e si accomodano in salotto vicino a Giorgio. Giorgio: “Clio, prepara nu bello caffè”. Silvio: “Clio, clio. Ma quale Clio. Presidente se viene con me le presento una bella Mercedes, ah ah. O una Ferrari…” - (fa l’occhiolino) - “Una bella rossa. Ah ah ah”. Silvio ride di gusto. Gianfranco R. lo imita. Giorgio: “Signori, mi dicano pure, ma gentilmente non compro niente che stiamo in crisi e dobbiamo tagliare le spese. Che è uscito sto cazz’e libro, la casta”. Silvio: “Presidente, mi consenta. Noi siamo venuti a presentarle le esigenze del Paese, quello che chiede la gente. C’è una vera emergenza democratica!” Giorgio: “Caro signore, non lo dica a me, non lo dica. Proprio mò sto venendo da…” Silvio (lo interrompe): “Lo vede! Anche lei lo sa, Presidente. Che facciamo? Le facciamo le nuove elezioni, eh? Che dice? Lo salvo io il Paese!” Umberto: “Roma ladrona. Napoli munnezza. Ce l’ho duro. Duro”. Silvio (mette una mano sulla bocca di Umberto, sottovoce): “Zitto Umbè! Che quello è napoletano”. Umberto (soffocato): “Terrone. Le lezioni. Io ce l’ho duro”. Silvio (a Giorgio): “Hanno occupato tutti i posti di comando, non esiste più la democrazia in questo Paese! E lo sa chi sono, no?” Giorgio: “Chi? Chi sono? Mò so’ curioso pur’io, so’ curioso”. Silvio: “I comunisti!” Giorgio: “Oggesù! Sono stati i comunisti?” Silvio: “I comunisti, sì, sì. Glielo assicuro”. Giorgio: “Mannaggia ‘a maro… Ehm, scusi, sa, ma io aggio stato comunista nu tempo. Ma queste cose, queste cose no. Io sono per la legalità e per il rispetto delle istituzioni. Se lei mi assicura che sono stati i comunisti, io chiamo e metto tutte cose a posto”. Silvio (tronfio): “Glielo assicuro sì”. Giorgio: “Oggesù mio. I comunisti. Cliiiiio. Portami il telefonino”. Clio arriva trafelata dalla cucina. Clio: “Eccolo, Giò”. Giorgio: “Guarda, cercamelo tu ché io ’sti aggeggi non ci capisco nulla. Fausto, cerca Fausto e fai il numero”. Clio fa il numero. Giorgio (a Fausto): “Fausto, io sto venendo da Palermo (…). Sì, esatto, bravo (…). Sì, siamo in emergenza. Sì, hanno truccato le elezioni, lo so (…). Di questo ti dovevo parlare (…) No, non c’entra la mafia, ascoltami (…). No, guarda, c’ho qui un signore che dice che siete stati voi, i comunisti (…). No? Come dici? Sì sì, è nano, ma che c’entra? (…). Pelato? No, non mi pare, però ha dei capelli strani (…). Allora non siete stati voi, dici”. Toglie il telefono dall’orecchio, lo tiene fra le mani e lo guarda. Giorgio: “Ommarrò come si chiude qui ’st’affare, Cliiio”. Clio: “Il tasto rosso, premi il tasto rosso”. Chiude. Giorgio (a Silvio): “Guardi, signore, a me qui mi assicurano che non sono stati loro. Mi dicono che c’entra la mafia”. Silvio: “Presidente, ma la mafia non esiste più! Non l’ha visto Provenzano? L’hanno arrestato!” Giorgio: “Oggesù, è vero. E chi ci pensava più! Però a Palermo, queste elezioni, non so. Io aggio avuto pure questa impressione. Per carità, un’impressione”. Silvio: “Ma Presidente! Mi consenta! C’è un equivoco! Quale Palermo?? Ci siamo capiti male. A Palermo siamo stati noi… cioè… volevo dire che…” Umberto, Gianfranco e Gianfranco ridono. Silvio: “Insomma, l’emergenza riguarda il Paese!” Giorgio: “Oggesù. Mergellina?” Silvio (spazientito): “L’Italia, Presidente, il Paese”. Giorgio: “Oggesù, l’Italia. Oggesù, signore. Ma io che c’entro?” Silvio (a Gianfranco F.): “Va be’, Gianfrà, andiamo. Questo non capisce nulla”. Gianfranco F. (a Silvio): “L’avevo detto io”. Umberto: “Terrone. Roma ladrona, duro, ce l’ho duro. La lega ce l’ha duro”. Si alzano. Silvio: “Va be’, Presidente, è stato un piacere, eh. Allora ci sentiamo”. Giorgio: “Signori, andate via così? Nemmeno aspettate il caffè?” Silvio: “No, no, grazie, abbiamo fretta”. Gianfranco R. (a Silvio): “E pigliamocelo ’sto caffè, che è gratis”. Silvio (a Gianfranco R.): “Tu zitto e cammina”. Vanno via cantando “Azzurra libertà”. [...]

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